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giovedì 15 dicembre 2011

Voglio fare la scrittrice

Lui è sdraiato comodo sul letto, lei si allunga verso il comodino e sfila da un libro, un gruppetto di fogli spillati.
Lo bacia dolce
E glieli porge.

"Leggi questo, che ne pensi?"
"Che genere è?"
Lei lo bacia sul naso.
"Se lo leggi lo capisci..."

Qualche minuto dopo

"Ah ma è fantascienza...bello."
"Sennò mica te lo davo da leggere! Mi piacciono i complimenti non le infamate!"
"Certo che sei proprio brava eh... sembra scritto da uno scrittore vero!"
"Ecco se ti avessi dato una delle mie storie d'amore mica me l'avresti detto..."
Lui le sorride, lei lo bacia.
"Aspetta devo finire di leggere, sono arrivato a quando lui le amputa il braccio..."
Lei si ritrae sorridente.
"Lo sai cosa vorrei scrivere?"
"Ehm... no"
"Un racconto fantascientifico..."
"Tipo questo che sto leggendo ora?"
"No..."
"Più truce?"
"Non proprio..."
"Con più robot?"
"Non direi..."
"Con più alieni allora?"
"No, no... più..."
"Più?"
"Com'è che si dice..."
La camicetta sbottonata di lei, scivola via...
Lui la fissa per un paio di secondi.
"Porno!"
"Eh sì eh... ma non so come renderlo realistico..."
"Penso di poterti essere d'aiuto sai..."

Lui le accarezza il viso, il collo, le spalle...
La bacia.
Il gruppo di fogli spillati cade sul pavimento.
Un po' stropicciato.





venerdì 25 novembre 2011

La Città Vecchia.

Notte.



Corri! Corri! Vieni, per di qua!

Non ce la faccio più, non respiro, non ho l'inalatore, le tossine stanno entrando in circolo.

Non ti fermare, dammi la mano! Entriamo qui!!!!

N ansima, le vene del collo e del viso affiorano in un reticolo che è già blu. Non c'è molto tempo.
T la tiene stretta e le accarezza i capelli.
Sono nascosti in un vicolo buio e umido nella Città Vecchia.
Ha piovuto. E' freddo.
In lontananza si sentono i passi pesanti del plotone della Difesa Nazionale.
Il rastrellamento è cominciato da più di quattro settimane, appena si è saputo che La Sovrana sarebbe giunta.
Domani.

Non è divertente? Tutti questi anni a preservare il diritto di permettermi di soffrire come un cane in questo momento.
Tutti quei carichi di Pharmaco che abbiamo distrutto, tutte le persone che abbiamo nascosto, che abbiamo salvato...tutto per avere ancora paura, per sentire ancora dolore...

E per ridere amaro.

Non mi resta molto, gli stivali ferrati sono lontani, devi nasconderti. E non qui.
Alla Cattedrale.

Tu sei matta.
Il tuo corpo è forte, tutti gli anticorpi che hai sviluppato, tutto l'aiuto di P in laboratorio, non puoi morire, non così.

Sai che la XZ52 svanisce nonappena si raggiuga la morte cerebrale del contaminato.
E non c'è modo di estrarla se non uccidendo preventivamente il soggetto, che ha lo 0,001% di possibilità di salvarsi.
Non abbiamo potuto negare quella fottuta percentuale a nessuno dei nostri.

Ma D, D si è salvato.

Appunto, la probabilità mi rema contro.

T abbraccia N che lo stringe a sua volta.
Nessuno dei due piange. Nessuno piange.
Per scovare quelli come loro, come T, come N, come quelle poche centinaia di persone vere rimaste, il Laboratorio del Dipartimento della Difesa Interna ha creato i Segugi.
Mostri. Cani.
Sì cani. Cani che fiutano le emozioni. La paura. La tristezza. La gioia. La passione.
E le lacrime. Per le lacrime impazziscono.
Molossoidi che strappano i ganci dei guinzagli e corrono forsennati.
Massa di muscoli perfetti e atroci sotto un manto di pelo nero, corto e lucido.
Macchine perfette.
Occhi sgranati e schiuma bianca dalle fauci.
Appena fiutano aggrottano in muso.
Puntano la direzione e partono.
Il resto è terrore. Impietoso.
Non ci sono perché.
E l'unica cosa da fare è respirare.
Respirare e scavalcare, incuranti, le pozze di sangue denso.
Apathia.
E' questo il fine del Pharmaco.
Nessun impulso.
Nessuna emozione.
Solo puro Controllo.
Siamo in guerra.
Non c'è lo spazio per il giusto o lo sbagliato.
Siamo in guerra.
E abbiamo perso.
I vinti si piegano al vincitore.
Si annullano in questo caso.
Niente più persone.
Ma sagome.
Sagome vuote, senza memoria, con sguardo spento e nessun desiderio.
Solo obbedienza.
Totale obbedienza.

T vattene! Non voglio che sia l'ultima cosa che ti ricordi di me...

Io ti porto con me. Alla Cattedrale.

Non sei tanto idiota. Avanti vattene!

T si alza e prende in braccio N. Le accarezza il viso. Comincia ad essere fredda.

Non inciampare, sei alto, mi faresti fare un bel volo.
Dice piano N.

T sorride, esce dal vicolo e cammina rasente le pareti delle case.
La Città Vecchia è disabitata da più di centosettant'anni.
I palazzi privi di intonaco sono fatiscenti e tristi.
La strada non esiste più ma in dei punti si vedono ancora i marciapiedi e i segni delle bombe.
C'è pochissima luce.

N non chiudere gl'occhi, avanti! Quanto dista da qui la Cattedrale?

Dove siamo?

Mi sembra...sì siamo all'altezza dei portici, alla vecchia banca.

Ancora un paio di chilometri, poi a destra, al vecchio emporio, le scale della metro.

Passiamo da sotto?

E' più lungo ma è più sicuro.
Se facciamo la strada non siamo coperti da niente. E poi siamo soli.

T si fa forza.
Una vita così è comunque una vita.
Ed una vita è sempre una preferibile scelta ad una non-vita.
Questo glielo diceva sempre sua madre, glielo ripeteva ogni sera, dopo gli esercizi per fingere.
T, come qualche altro bambino della sua età, come N, fin da subito aveva dovuto imparare le maschere mentali per evitare la fine e preservare quel che valeva.
T, come qualche altro bambino della sua età, come N, fin da subito aveva dovuto imparare a portate il peso di errori di un passato di cui non aveva colpa.

Siamo arrivati! N siamo arrivati.

Ho sentito, ti ricordi la parola d'ordine? Dice N con un filo di voce.

Respira sempre più piano.

Sì.

Piove.

Con la pioggia si può piangere.
Le lacrime si confondono meglio.
Ai Segugi non piace l'acqua.

Piove.



lunedì 28 febbraio 2011

Settembre "17

Permettete che mi asciughi i capelli.
Dunque, parliamo di mercoledì scorso.
Sono le ventuno e quindici circa.
Mi trovo al primo piano del grande ristorante presso le Murate.
Sono in compagnia di M, il mio ex-compagno di liceo, ed A, un'amica comune.
Non frequento M da almeno due anni, ma in occasione della nostra rinnovata amicizia, abbiamo deciso di cenare insieme.
M ha dimostrato un eccessivo interesse per quell'incontro.
Mi ha sottolineato più volte, la necessità di vedersi.
Ho l'impressione voglia dirmi qualcosa di importante, ha fatto accenno soltanto vagamente, al mio lavoro...
Quindi no, non avevo idea di cosa succederà poi.
Aspettiamo i caffè, quando un uomo, alto, sulla trentina, capelli brizzolati, viso glabro e spigoluto, vestito di nero, con un lungo cappotto, si siede al nostro tavolo, di fronte ad M.
A. non è sorpresa.
Io rimango ad osservare la scena.
Quest'uomo, che io mai avevo visto prima, dice ad M, che sia inutile opporsi, che nessuno avrebbe potuto fare assolutamente niente, che tutto sia già stato deciso, che il meccanismo sia già stato innescato...
M sbianca chiaramente.
Suda freddo, è incredulo e irrassegnato.
L'uomo ripeteva "Non c'è più niente da fare. E' troppo tardi"
Ci alziamo tutti da tavola, sotto cenno di M, intenzionato ad uscire.
L'uomo in nero si presenta a me e mostra già conoscere bene il mio nome.
La cosa non mi piace ma non ho tempo per fare domande, o meglio, per ottenere risposte.
Scendiamo in fretta e ci dirigiamo verso l'uscita principale: sbarrata.
Io non capisco, mi giro verso M che è atterrito ma non sorpreso.
Affatto sorpreso.
Cerco di passare, ma subito due camerieri mi chiedono "gentilmente" di tornare al mio tavolo.
M mi afferra per un braccio, mi guarda negl'occhi e mi dice:
"Tu devi trovare un modo per uscire. Non preoccuparti per noi"
Le mie domande sono state inutili.
Mi sono diretta verso l'uscita sul retro e lì c'erano delle persone ad impedirne il passaggio.
Tuttavia, con una scusa tragica, riesco ad uscire fuori.
E' già buio e la testa scoppia di interrogativi irrisolti.
Cammino e non riesco a smettere di pensare.
Squilla il telefono.
E' mia sorella e mi chiede dove sono, perché mi aveva visto nel ristorante e voleva salutarmi ed ora non mi trova più.
Io la liquido in fretta.
Le dico che sto arrivando.
Riattacco.
E non so che fare.
Torno indietro.
Cammino a testa bassa, cercando una soluzione che non trovo e vedo un gruppo di ragazzi, vestiti tutti uguali e soprattutto armati.
Uno di loro mi guarda.
Io so chi sono, sono mercenari, soldati di strada.
Scarti dell'esercito nazionale, auto organizzati in questo periodo di crisi politicomilitare.
Pattuisco un prezzo e loro mi aiutano volentieri.
Arrivati di fronte all'edificio, lo spettacolo è orrendo.
Si sentiva gridare.
Il sangue grondava anche dalle finestre.
I mercenari si guardano e dicono
"non sarà peggio della battaglia del ''12 "
Sfondiamo l'entrata ed io...
Scusate.
Insomma, sfondiamo l'entrata e lo spettacolo che ci si offre è tremendo.
Ci sono corpi squartati ovunque.
L'odore del sangue nauseante.
E ci sono degl'uomini.
Degl'uomini in divisa che afferrano le persone e le consegnano nelle mani meccaniche di questi orribili mostri robotici.
Ho visto coi miei occhi accartocciare un uomo come si fa con una bozza mal riuscita.
Vedo L nascosta sotto un tavolo.
Comincia lo scontro tra i mercenari e gli uomini in divisa.
L è spaventata, piange ed io la rassicuro, fingendo una consapevolezza tranquilla.
Lei si fida di me ed io non ho nessuna risposta.
La faccio uscire grazie al capo dei mercenari che un attimo dopo averla messa in salvo, viene afferrato ed infilzato da un lungo palo.
Scappo.
Veloce e lontano.
Vago randagia per alcuni giorni.
Per strada non c'è nessuno.
Nessuno sa cosa sia successo e perché.
Da una vetrina di un negozio di elettronica, vedo un servizio del telegiornale.
Vedo i Mercenari, infilati uno per uno in una tela metallica.
Come perline.
Le riprese del tg sono aeree.
Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi.
L'esercito ha preso il comando della Nazione e consiglia ai cittadini di non uscire di casa almeno per le prossime 48 h.
Mostrano il luogo del nuovo insediamento.
Io lo conosco.
E' vicino, molto vicino, a dove andavo al mare da piccola, coi miei genitori.
Mi sembra strano ma non ho tempo per pensare.
Ritrovo la mia auto e vado.
E' tutto deserto.
La radio non prende e sento il peso dei giorni di vagabondaggio.
Vedo la fortezza.
Soldati armati ovunque.
Io sono sola e disarmata.
Scelgo la via della diplomazia.
E due nerboruti soldati mi afferrano e mi tengono le braccia piegate dietro la schiena.
Io chiedo di vedere il loro capo e loro, dopo una pausa breve ed uno scambio di sguardi, mi infilano una specie di moneta in tasca e mi portano in una stanza enorme e vuota.
Un grande macchinario satinato viene portato di fronte a me.
Rimango immobile.
Sola di fronte a questo pezzo levigato di metallo.
Emana freddo.
D'un tratto si aziona.
Si accende, non so, comincia ad emettere luce.
E mi attira a sé.
Mi tiene stretta, legata da una dolorosa forza elettrica.
Mi fa male ogni parte del corpo.
Sento la scossa penetrare ed avvolgere ogni singolo organo.
Ed è in quel momento che ho capito.
Che ho visto tutto.
E' lì che ho ricevuto tutte le risposte.
Ho perso i sensi.
L'ultima cosa che ricordo è mio nonno che mi dice
"A volte si è la persona giusta solo perché ci si trova al posto giusto nel momento giusto"
Ho sicuramente azionato io il riempimento della vasca ed anche l'assurda temperatura del liquido di ripristino.
Non lo ricordo ma è categoricamente impossibile che sia stato qualcun altro eccetto me.
Soltanto io ho la competenza necessaria per farlo.
Poi siete arrivati voi.
Sì so chi siete, ma non posso seguirvi.
Però voi potete fare qualcosa per me.
Trovate M. e dategli questa.
Lui saprà cosa fare.
In cambio...
Beh in cambio vi prometto che uscirete di qui.
Vivi.