Il primo ragù che ho fatto è venuto buono.
Il secondo però era dieci volte tanto.
Sbagliando si impara.
Ti è mai capitato di amare qualcuno da piangere?
Cioè che se pensi che stai insieme a questa persona ti senti fortunatissimo e immeritevole perché questa persona è bellissima e ti rende felice, ti fa sentire così speciale che non esiste paragone ed è come il regalo che desideravi ma non avevi il coraggio di chiedere?
Col tempo questa sensazione, per me è cambiata.
È passata da "ti amo da piangere" a "mi viene da piangere perché ti amo" .
Che descrive il momento nel quale non ti capaciti di amare una persona capace di (elenco personalizzato) e dunque di star male per fraintendimenti o dispetti.
Io ho amato una volta sola, e se in certi momenti mi dico che avrei fatto meglio a sbattere contro una trave piuttosto che uscirci insieme o cadere in un burrone prima di dargli un bacio, in fin dei conti non sono tanto pentita.
Provo una certa tenerezza nel rivedermi piccola nei ricordi con B.
Ed anche, col senno di poi, quante cose potevano andare solo come sono andate, nonostante sentissi su di me chissà quali responsabilità.
Tanti drammi interiori li avrei evitati se mi fossi accorta prima che era tutto un 50 e 50, e che come non ho il potere di cambiare una persona, non ho il potere di farlo agire pessimamente contro di me (B era molto persuasivo, ed io, col fatto che mi piaceva da morire ascoltare le cose che mi raccontava sulla matematica, sulla fisica, sulla meccanica, ero portata a prendere tutto in considerazione, anche le cazzate... ma l'ho detto che ero piccola)
Forse era piccolo anche lui e non ci siamo semplicemente capiti.
Non ne so parlare con chiarezza perché tra noi non è mai riuscita a resistere questa chiarezza.
Per anni non ho avuto niente a che fare con l'orgoglio, credevo fermamente che si trattasse di un ostacolo ad un rapporto sereno, ed ho sofferto come un cane.
Poi mi sono sforzata di convincermi che se ad una persona importa di te cerca di capirti e all'idea di farti piangere starebbe male e telefonerebbe e farebbe di tutto pur di chiarire.
E sono rimasta sola
ed ho sofferto come un cane.
Ma meno.
Dico sempre che ho un carattere difficile.
Ed è vero ma fino ad un certo punto.
Ho reazioni molto forti, forti quanto, talvolta, la mia indifferenza.
Pretendo molto da pochissime persone che sono le uniche per le quali mi smuovo.
Del resto non me ne importa molto.
Ci sono delle sciocchezze che ritengo importantissime e tendo a non dirlo.
E quando una persona non lo capisce sto malissimo.
Ma quando lo capisce sono la ragazza più felice al mondo.
B ed io abbiamo sempre litigato molto e questo perché non sono mai riuscita a spiegarmi.
Buffo.
Avrei voluto potergli dire cosa mi faceva rimanere male, senza scatenare la sua arrabbiatura, avrei voluto che i motivi per i quali ci facevamo orribilmente soffrire a vicenda fossero stati argomenti importanti di cui parlare, da risolvere insieme perché ci volevamo bene.
A volte è stato davvero così, ed era così convincente che credevo potesse esserlo sempre.
Ma questo succede solo nelle sitcom.
Poi mettiamoci la sua capacità di rinfacciare ogni cosa dall'alba dei tempi, anche totalmente fuori contesto, la sua attitudine al volgare, la sua capacità di innervosirmi facendo muro, non fare mai squadra con me, alimentare costantemente, negando sempre, la competizione, le mie insicurezze e, fondamentalmente, sentirsi sempre in diritto di dirmi o fare qualunque cosa, senza mai scusarsi, perché, non facendo ingegneria, avevo torto.
(ovviamente scherzo, non è solo per ingegneria)
E poi io che quando sento qualcosa che non torna insisto, la mia gelosia in totale contraddizione al mio egocentrismo, il mio istinto all'abbocco, il peso che do ai gesti, il peso che do alle parole, il peso che do alle scelte e all'essere scelta.
Insomma, presi singolarmente magari siamo anche belle persone, io per lo meno sì.
Ma con lui ho insistito tanto, troppo forse e per cosa? Per vedere un gesto palese, per sentirmi davvero la più importante, certo la sua inacidita bestfriendforever sempre attaccata al culo e la sua ex complessata della quale lui si prendeva sempre così teneramente cura magari hanno influito un po' sul mio selfcontrol ma non per ciò di cui lui era convinto.
Queste due giovani a me non piacevano esteticamente, non mi sono mai sentita in competizione fisica o estetica, quello che non capivo era il suo atteggiamento protettivo, comprensivo, denso di stima e complicità con ragazze di cui non era innamorato, mentre ogni cosa con me è sempre stata una guerra.
Niente, complici gli addobbi di natale e quei terribili discorsi che gli amici comuni si lasciano scappare, mi era presa un po' di nostalgia per un amore che, bello come me lo ricordo, mi sa che l'ho solo immaginato.
Sbagliando si impara.
Ho imparato a fare il ragù, ho preso la mia strada, ho ripreso a fumare e, fondamentalmente ho imparato a farmi i cazzi miei, con tutto l'amore del mondo.
Ritenterò.
Il mio prossimo amore sarà più fortunato.
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domenica 9 dicembre 2012
domenica 25 marzo 2012
Bad thing, gud Idea
Sì sorrido, sorrido perché è una parte piccola e strana della mia vita.
Sì perché è chiaramente marginale ma i ricordi sono belli nitidi, capisci che intendo?
Poi non lo so, io ci faccio caso ma perché sono fatto così...
Mi fa strano che tu la conosca, e penso tu sia il primo a cui ne parlo così.
Sì credo.
Beh, lei la conobbi che ero un ragazzino ma niente cose del tipo la vedi e capisci, no.
La conobbi perché era con quella per cui mi ero preso una sbandata allucinante, ecco lei era l'amica, che poi tra l'altro già da allora stava in mezzo ai suoi casini, aveva già le sue grane con i ragazzi...
Però mi stette simpatica, avevo inteso che faceva il tifo per me con la sua amica, le avevo viste parlare un casino quella sera e poi lei mi aveva fatto un cenno e un bel sorriso, quindi partii in quarta...
E? E niente, nel senso, sì cioè, ci fu un bacio bello lungo con questa che mi piaceva ma nessun seguito e la serata finì con io che tornavo al motorino accompagnato dalla mia mezza conquista, da lei ed il suo ragazzo... mh...
Poi... poi la rividi ad un'altra serata, che lasciamo stare, finì a schifìo, ma non con lei, coi miei amici e figurati che la incontrai davanti ad una specie di infermeria, guarda lasciamo stare... comunque lì, ecco, lì mi accorsi che aveva un sorriso bello, che lasciava il segno.
Col fatto che avevamo tanti amici in comune sì ci siamo rivisti tante volte ma niente di che, roba da amici così...
Comunque lei era sposata e io pure quindi, mi capisci...
Avevamo passato del tempo a parlare di passioni comuni, d'arte fondamentalmente, ma non col senso di chissà cosa, così, per passione e basta...
Ci fu una sera in cui mi fermai un po' di più.
Era ad una delle solite feste del giro ma non era come sempre, non ballava, non rideva... teneva in mano il suo blocco di disegni e stava in un angolo a guardarlo, come se il mondo non esistesse.
Mi avvicinai quasi istintivamente.
E lei si confidò con me, si schiuse, sì, come un fiore che si apre piano.
E rimasi lì, interessato, affascinato, proprio rapito da quel gesto che mi fece sentire come privilegiato...
Quante parolone... insomma fu un bel momento.
Poi, dopo il suo divorzio, avevo saputo che frequentava uno che conosco, uno apposto, sì mi sa che sai chi è... ed incontrai lui prima, e quando me lo disse ero contento, certo, glielo dissi anche, ma qualcosa mi dava fastidio, non so cosa ma qualcosa...
Rividi lei, per caso, ti giuro per un caso veramente assurdo, in un posto veramente assurdo, e solo dopo che con quest'altro non era andata...
E...
E vabbè niente.
Io ero sposato no? Ricordi?
E' una tosta. Te l'ho detto, lascia il segno.
Sì perché è chiaramente marginale ma i ricordi sono belli nitidi, capisci che intendo?
Poi non lo so, io ci faccio caso ma perché sono fatto così...
Mi fa strano che tu la conosca, e penso tu sia il primo a cui ne parlo così.
Sì credo.
Beh, lei la conobbi che ero un ragazzino ma niente cose del tipo la vedi e capisci, no.
La conobbi perché era con quella per cui mi ero preso una sbandata allucinante, ecco lei era l'amica, che poi tra l'altro già da allora stava in mezzo ai suoi casini, aveva già le sue grane con i ragazzi...
Però mi stette simpatica, avevo inteso che faceva il tifo per me con la sua amica, le avevo viste parlare un casino quella sera e poi lei mi aveva fatto un cenno e un bel sorriso, quindi partii in quarta...
E? E niente, nel senso, sì cioè, ci fu un bacio bello lungo con questa che mi piaceva ma nessun seguito e la serata finì con io che tornavo al motorino accompagnato dalla mia mezza conquista, da lei ed il suo ragazzo... mh...
Poi... poi la rividi ad un'altra serata, che lasciamo stare, finì a schifìo, ma non con lei, coi miei amici e figurati che la incontrai davanti ad una specie di infermeria, guarda lasciamo stare... comunque lì, ecco, lì mi accorsi che aveva un sorriso bello, che lasciava il segno.
Col fatto che avevamo tanti amici in comune sì ci siamo rivisti tante volte ma niente di che, roba da amici così...
Comunque lei era sposata e io pure quindi, mi capisci...
Avevamo passato del tempo a parlare di passioni comuni, d'arte fondamentalmente, ma non col senso di chissà cosa, così, per passione e basta...
Ci fu una sera in cui mi fermai un po' di più.
Era ad una delle solite feste del giro ma non era come sempre, non ballava, non rideva... teneva in mano il suo blocco di disegni e stava in un angolo a guardarlo, come se il mondo non esistesse.
Mi avvicinai quasi istintivamente.
E lei si confidò con me, si schiuse, sì, come un fiore che si apre piano.
E rimasi lì, interessato, affascinato, proprio rapito da quel gesto che mi fece sentire come privilegiato...
Quante parolone... insomma fu un bel momento.
Poi, dopo il suo divorzio, avevo saputo che frequentava uno che conosco, uno apposto, sì mi sa che sai chi è... ed incontrai lui prima, e quando me lo disse ero contento, certo, glielo dissi anche, ma qualcosa mi dava fastidio, non so cosa ma qualcosa...
Rividi lei, per caso, ti giuro per un caso veramente assurdo, in un posto veramente assurdo, e solo dopo che con quest'altro non era andata...
E...
E vabbè niente.
Io ero sposato no? Ricordi?
E' una tosta. Te l'ho detto, lascia il segno.
mercoledì 14 marzo 2012
Buon Compleanno agl'uomini più importanti della mia vita.
Buon compleanno.
Al mio adorato babbino che mi sta sempre accanto e mi offre sempre le sue braccia forti e le sue spalle larghe.
E al mio adorato nonnino che è sempre qui nei nostri cuori disastrati a tenere unita questa strana famiglia.
Al mio adorato babbino che mi sta sempre accanto e mi offre sempre le sue braccia forti e le sue spalle larghe.
E al mio adorato nonnino che è sempre qui nei nostri cuori disastrati a tenere unita questa strana famiglia.
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mercoledì 15 febbraio 2012
Ognuno sta solo sul
Ognuno sta solo sul cuor della terra
E' un po' così che mi sento, sul culo della terra, sul culo della vita...
e per culo sto qui, perché potrebbe andar peggio...
Ma alla fine se la terra, se la vita sono donne, il culo è il palcoscenico su cui punta un gran riflettore.
Quindi mi godo il lato B degl'eventi, mentre mi finisco gl'occhi tra i tutorial.
Non ho fretta, aspetto ma non m'aspetto niente.
Ed è la svolta.
O meglio, è la prima volta che non m'aspetto niente.
E sto bene, vivo bene.
C'è da dire che da qui, il panorama almeno è bellissimo.
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera
Così diceva Quasimodo, e alle elementari, la prima volta che lessi questa poesia, ero convinta che a scriverla fosse stato indiscutibilmente il Gobbo di Notre Dame...
Oggi mi è capitata subdolamente sotto agl' occhi, e in questi giorni di esilio dal mondo, mi ha fatto sorridere perché dopo averla letta, la "me" che con occhi ammezzati apprezza il valore di ogni poetico significato s'è data all'ippica insieme alla "me" modaiola che sta attenta alle scarpe, ed il cinico involucro coi capelli strani che è rimasto a casa tra strati di lenzuola e coperte ha guardato con tragicomico volto queste belle parole, pensando...
Ognuno sta solo suocuor cul della terra...
Così diceva Quasimodo, e alle elementari, la prima volta che lessi questa poesia, ero convinta che a scriverla fosse stato indiscutibilmente il Gobbo di Notre Dame...
Oggi mi è capitata subdolamente sotto agl' occhi, e in questi giorni di esilio dal mondo, mi ha fatto sorridere perché dopo averla letta, la "me" che con occhi ammezzati apprezza il valore di ogni poetico significato s'è data all'ippica insieme alla "me" modaiola che sta attenta alle scarpe, ed il cinico involucro coi capelli strani che è rimasto a casa tra strati di lenzuola e coperte ha guardato con tragicomico volto queste belle parole, pensando...
Ognuno sta solo suo
E' un po' così che mi sento, sul culo della terra, sul culo della vita...
e per culo sto qui, perché potrebbe andar peggio...
Ma alla fine se la terra, se la vita sono donne, il culo è il palcoscenico su cui punta un gran riflettore.
Quindi mi godo il lato B degl'eventi, mentre mi finisco gl'occhi tra i tutorial.
Non ho fretta, aspetto ma non m'aspetto niente.
Ed è la svolta.
O meglio, è la prima volta che non m'aspetto niente.
E sto bene, vivo bene.
C'è da dire che da qui, il panorama almeno è bellissimo.
venerdì 9 dicembre 2011
Io ho scritto la mia storia.
Fin da bambina tengo il diario.
Certo da piccola, era un libretto quadrato foderato di carta fiorentina con un lucchettino dorato e due chiavine che perdevo sempre...
Poi è diventato una moleskine a righe, poi uno sketchbook privatissimo e misto a stralci narrati.
Però durante la mia stesura cartacea, ho mantenuto anche quella cybernetica...
Ed oggi, aprendo un blog antichissimo che ha i primi post risalenti al 2004, ho trovato questo.
Questo è un pezzo non titolato, scritto, non so in base a cosa, nell'insospettabile giugno 2009.
Anche la me diciottenne già sapeva come sarei andata a finire e mi bacchetta le mani a due anni di distanza.
Complimenti.
Faccio proprio progressi!
"bastava sempre così poco...un attimo, uno sguardo, un sogno e...
Certo da piccola, era un libretto quadrato foderato di carta fiorentina con un lucchettino dorato e due chiavine che perdevo sempre...
Poi è diventato una moleskine a righe, poi uno sketchbook privatissimo e misto a stralci narrati.
Però durante la mia stesura cartacea, ho mantenuto anche quella cybernetica...
Ed oggi, aprendo un blog antichissimo che ha i primi post risalenti al 2004, ho trovato questo.
Questo è un pezzo non titolato, scritto, non so in base a cosa, nell'insospettabile giugno 2009.
Anche la me diciottenne già sapeva come sarei andata a finire e mi bacchetta le mani a due anni di distanza.
Complimenti.
Faccio proprio progressi!
"bastava sempre così poco...un attimo, uno sguardo, un sogno e...
e tutto ricominciava di nuovo, ancora, peggiore, logorante, profondo, devastante, irrefrenabile, incontenibile.
una voglia di lui che riusciva a consumare ogni mia energia.
non cadrò, non un'altra volta, non adesso. queste parole mi risuonavano nella testa, assordanti, ogni singola volta in cui sentivo il suo odore, percepivo la sua presenza o peggio, ero costretta ad averlo di fronte.
era molto più che un'ossessione, la sua essenza scorreva nelle mie vene unita indissolubilmente al mio stesso sangue. lui è sempre stato la mia vita, lui voleva esserlo ed io volevo lo fosse. non ho mai potuto vivere senza di lui, non ho mai nemmeno voluto. per questo dovetti andarmene e dare inizio al mio dolore lento e masochista, alla straziante agonia di vivere come spettatrice immobile. tutto per non aver capito cosa volesse dire essere e sentirsi liberi..maledetta me che ho corso in contro ai miei errori, maledetto lui che non ha voluto strapparmi al mio destino.
chiedermi perché riapre una ferita troppo profonda, un dolore troppo lancinante.
ora sopravvivo, sopravvivo respirando la sua assenza dalla mia esistenza che lo reclama solamente.
solo lui potrebbe salvarmi adesso, soltanto se fosse lui a chiedermelo potrei tornare in vita"
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domenica 13 novembre 2011
venerdì 11 novembre 2011
A Crystalware inside me.
Avevo meno di cinque anni.
Era tutto chiarissimo.
Avrei fatto la pittrice ed avrei vissuto in una fattoria nella quale le mucche sarebbero servite solo per il latte, le pecore per il formaggio, le galline per le uova ed i conigli per bellezza.
Volevo le scarpe con gli strap ed i pantaloni con l'elastico e pieni di tasche perché erano più comodi.
Mangiavo quello che mi pareva e speravo che alla mia mini cugina non andasse tutto il suo tenerone perché l'avrei finito volentieri io.
Odiavo l'insalata.
Era tutto chiarissimo.
Il primo dubbio è l'inizio della fine.
Ed è così che a forza di crescere dentro, crescere troppo, a volte mi sento in questo modo:
Un enorme pachiderma circondato da cristalli emotivi fragilissimi.
La mia PiccolaGud mi guarda sdegnata.
Come biasimarla.
Lei è alta un metro e un tappo, è tutta ossa, ha gli occhi grandi e salta come un grillo senza sfiorare nemmeno un bicchiere.
Mi sgattaiola accanto mentre io sto qui in bilico tra i cristalli, mi supera, mi guarda e mi striglia dicendo: "Quello che non capisco è perché hai indossato quel costume ed hai messo tutti i bicchieri intorno a te se poi dovevi arrivare qui...ne hai già rotto uno, e non si fa! "
Lì per lì volevo dirle "MiniGud, stai nel tuo!"
Poi ho capito.
Sì ho rotto uno, due, cento bicchieri.
Il cristallo non si reincolla.
Ma il costume...beh prendo un respiro.
Abbasso la zip.
MiniGud sorride...
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venerdì 9 settembre 2011
La priorità
La miscela buona, quella che scelgo sempre, che metto con cura nella macchinetta da espresso, sì perché noi italiani siamo fissati, il caffé dev'essere buono, non si possono bere certi troiai, e quindi c'è una specie di tradizione da mantenere, quasi più un rituale.
Peccato che non mi riesca usare il macinachicci... sarebbe decisamente più fico.
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The Ugly Truth
venerdì 29 luglio 2011
In me c'è qualcosa di sbagliato.
Non è una frase da quindicenne depressa.
Dico così perché mi rendo conto che nelle mie reazioni c'è qualcosa, qualche piccola cosa, che non va.
Me ne rendo conto quando mi sento...sola.
E intendo quel sentirsi soli quando fisicamente non lo si è.
Mi sento sola accanto alle persone.
Ed è triste.
E non sono le persone sbagliate.
Sono io che sto rendendo ogni cosa più distante e più difficile.
Sì sto svarionando ma è colpa del fatto che non sappia metabolizzare a tempo gli choc.
Succede una brutta, brutta cosa ed io sto immobile finché tre giorni dopo, seguendo un pensiero, allento la presa.
Scoppio.
Crollo.
La morte di Benedetta non è affatto giusta.
E non sono io a doverlo dire, che non la vedevo da due anni.
Però lo penso lo stesso.
E vedo la disperazione dei suoi amici più cari ed il dolore che ha lasciato con questo vuoto improvviso.
E il cuore mi si stringe in gola ed anche se sono due estati che non vedo quel giro, abbraccerei tutti perché non so come ma sto male anche io.
In questi giorni non ho pensato ad altro.
E mi sono sentita come fuori luogo a mostrare la tristezza, come se non c'entrassi con quella disgrazia.
Forse è così.
Ma penso lo stesso che la Bene, che ho sempre visto sorridere, non meritasse affatto quello che le è capitato.
Non è una frase da quindicenne depressa.
Dico così perché mi rendo conto che nelle mie reazioni c'è qualcosa, qualche piccola cosa, che non va.
Me ne rendo conto quando mi sento...sola.
E intendo quel sentirsi soli quando fisicamente non lo si è.
Mi sento sola accanto alle persone.
Ed è triste.
E non sono le persone sbagliate.
Sono io che sto rendendo ogni cosa più distante e più difficile.
Sì sto svarionando ma è colpa del fatto che non sappia metabolizzare a tempo gli choc.
Succede una brutta, brutta cosa ed io sto immobile finché tre giorni dopo, seguendo un pensiero, allento la presa.
Scoppio.
Crollo.
La morte di Benedetta non è affatto giusta.
E non sono io a doverlo dire, che non la vedevo da due anni.
Però lo penso lo stesso.
E vedo la disperazione dei suoi amici più cari ed il dolore che ha lasciato con questo vuoto improvviso.
E il cuore mi si stringe in gola ed anche se sono due estati che non vedo quel giro, abbraccerei tutti perché non so come ma sto male anche io.
In questi giorni non ho pensato ad altro.
E mi sono sentita come fuori luogo a mostrare la tristezza, come se non c'entrassi con quella disgrazia.
Forse è così.
Ma penso lo stesso che la Bene, che ho sempre visto sorridere, non meritasse affatto quello che le è capitato.
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venerdì 15 luglio 2011
Come la neve non fa rumore...
Se sono una persona emotiva?
Non lo so.
O meglio, dipende.
Se sto guardando un film, anche di animazione, o un telefilm e avviene qualcosa che credo triste, sì non riesco a non lacrimare.
Lacrimo anche alle cene di famiglia, con classe e discrezione, fingendo sia colpa della mostarda di cremona, e lo faccio sia perché sono felice di vedere insieme tutta la mia famiglia, sia per le rievocazioni del passato non troppo remoto ma comunque troppo diverso dal presente...
Sento i muscoli intorno alla bocca che premono verso il basso e gli occhi che vorrebbero inumidirsi, anche quando qualcuno a cui tengo mi risponde male o quando non mi sento amata abbastanza, da viziata quale sono.
Ma non come la dodicenne che sbatte i piedi...
Più come "madre, vi prego, non fate il labbro tremulo..."*
In realtà, a pensarci bene, pare proprio che abbia la lacrima in tasca.
e a pensarci ancor meglio, questa cosa già la sapevo.
Ed è una specie di piccola maledizione che ti porti dietro.
Come un bubbone di peste su una guancia, una cosa che non puoi nascondere e che ti rende facile bersaglio di granitici e incommuovibili monatti.
E' un handicap che ti fa prendere poco sul serio.
Perché se piangi sei debole, e non importa perché lo fai.
Però non sarei la paladina dell'ossimoro se anche in questa attitudine non riscontrassi almeno una contraddizione.
Ci sono certi dispiaceri, certi dolori per i quali non riesco a piangere.
Non sono fulminanti, non come gli altri almeno.
Sono soffici, gelidi e lenti come i fiocchi di neve che nello spazio di una notte d'inverno, ricoprono una città che se fosse Firenze, sarebbe bloccata dal traffico per le 72 ore successive...
E quindi rimangono lì, sul fondo del mio sguardo, a dare quel languore delle sere al bancone del bar, che finiscono con un amaro alla goccia tra le note dell'ultimo jazzista rimasto ancora sul palco...
Così, per non assiderare, di tutta questa neve che mi porto dentro, ci ho fatto un animale da compagnia, gli ho dato un nome e gli ho insegnato a riportare il bastone...
e più lontano riesco a tirarlo, più tempo ho per sorridere...
*che ovviamente è una citazione da...L'incantesimo del Lago.
Non lo so.
O meglio, dipende.
Se sto guardando un film, anche di animazione, o un telefilm e avviene qualcosa che credo triste, sì non riesco a non lacrimare.
Lacrimo anche alle cene di famiglia, con classe e discrezione, fingendo sia colpa della mostarda di cremona, e lo faccio sia perché sono felice di vedere insieme tutta la mia famiglia, sia per le rievocazioni del passato non troppo remoto ma comunque troppo diverso dal presente...
Sento i muscoli intorno alla bocca che premono verso il basso e gli occhi che vorrebbero inumidirsi, anche quando qualcuno a cui tengo mi risponde male o quando non mi sento amata abbastanza, da viziata quale sono.
Ma non come la dodicenne che sbatte i piedi...
Più come "madre, vi prego, non fate il labbro tremulo..."*
In realtà, a pensarci bene, pare proprio che abbia la lacrima in tasca.
e a pensarci ancor meglio, questa cosa già la sapevo.
Ed è una specie di piccola maledizione che ti porti dietro.
Come un bubbone di peste su una guancia, una cosa che non puoi nascondere e che ti rende facile bersaglio di granitici e incommuovibili monatti.
E' un handicap che ti fa prendere poco sul serio.
Perché se piangi sei debole, e non importa perché lo fai.
Però non sarei la paladina dell'ossimoro se anche in questa attitudine non riscontrassi almeno una contraddizione.
Ci sono certi dispiaceri, certi dolori per i quali non riesco a piangere.
Non sono fulminanti, non come gli altri almeno.
Sono soffici, gelidi e lenti come i fiocchi di neve che nello spazio di una notte d'inverno, ricoprono una città che se fosse Firenze, sarebbe bloccata dal traffico per le 72 ore successive...
E quindi rimangono lì, sul fondo del mio sguardo, a dare quel languore delle sere al bancone del bar, che finiscono con un amaro alla goccia tra le note dell'ultimo jazzista rimasto ancora sul palco...
Così, per non assiderare, di tutta questa neve che mi porto dentro, ci ho fatto un animale da compagnia, gli ho dato un nome e gli ho insegnato a riportare il bastone...
e più lontano riesco a tirarlo, più tempo ho per sorridere...
*che ovviamente è una citazione da...L'incantesimo del Lago.
mercoledì 27 aprile 2011
Cinque minuti.
Questa è una copia distorta di B.
B è un ragazzo spagnolo, o meglio, un ragazzo israeliano che studia per diventare chef, in spagna.
Simpatico, multilingua e con moooolti meno capelli.
E' luglio.
Dopo una serata di sangria e mojito, in una taverna barcellonese, ha preso vita una scenetta che mi ha fatto molto riflettere in seguito...
B ci guarda.
Noi, un gruppetto di amiche di amici, sbronze, abbronzate e turiste.
Il suo sguardo si fa misericordioso.
B pensa che ci manchi qualcosa.
Pensa che abbiamo bisogno.
Un bisogno.
Quindi sfodera il suo accento migliore e ci dice che per rendere felice una donna, a lui bastano...
"Cinco minutos"
B che parla israeliano ed inglese, ce lo ha detto con accento catalano.
Con lui si è trattato spesso di questioni linguistiche.
B ci ha poi spiegato quali altre siano le sue abilità e noi siamo state tra le più attente allieve alticce della storia.
E il punto, se c'è un punto, è che noi (stupide donne), passiamo la vita a coltivare sogni che per protagonisti hanno sexy scrittori, sexy cantanti, sexy poeti, sexy filosofi e barricaderi...
Ma alla fine, se uno sa cucinare e ha il trucco del "cinco minutos"...
¡Viva!
¡Viva!
Chapeau.
Bingo.
Strike.
E' fatta.
giovedì 21 aprile 2011
Ecoline 2010
Ecoline, primo amore...
Autoritratto spigoluto
A proposito di Fish
Politically correct
Bernardo alle Oblate
Nonna (in realtà è più bella)
Obrobrio con clavicole esposte.
Barricadera
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martedì 22 marzo 2011
Ritorno alle origini.
(...) -L'attrice aveva una maschera di coccio.Una donna alta come te, una donna di pietra come te, una donna tenerissima come te. Mandava un dolore muto dalla maschera che teneva sul viso con una mano lunga e un tantino maschile. Non era la tua mano, unico punto che mi distrasse da te reale. La donna cercava il suo amore, lo rincorreva esausta senza correre: fece soltanto sette passi sulla scena e sette giri su sè stessa impiegando un tempo indescrivibile. Per ogni giro lei mostrava quel dolore sempre uguale, un dolore di pietra appunto, immedicabile, che un attore fuori campo accompagnava con uno strumento a fiato: una nenia struggente. Un dolore di coccio illuminato da un riflettore, nel buio. Era il tuo, era il mio dolore che la maschera nascondeva dietro la sua inespressività? Non morire, ti prego. Dipende da te. Non morire per i piedi stanchi o per la pena. Lo so che hai camminato per sette colli, lo so tutto il tempo e gli spazi che hai percorso con l'amore. Li hai riempiti tutti, ma la morte uccide sempre, anche se non sei tu a morire ma il nostro amore. Aspetta, non compiere l'ultimo passo, non accasciarti ai piedi dellultimo colle. Hai percorso tutti i colli dell'amore, perchè morire adesso? Sono carico di pena che nascondo sotto una maschera effimera come la tua, nel suono sempre uguale dell'armonica che chiama giù, giù fino in fondo: fino alla morte dell'amore. Aspetta. Aspetta a morire. Aspetta che io arrivi, che io capisca. Non compiere l'ultimo passo. Anche se pare che io non mi muova sto correndo verso di te. Anch'io ho la maschera, per questo non mi vedi correti incontro. Ecco, vedi, io mi muovo. Quel personaggio dalla maschera d'oro falso, coperto di stoffe vaporose e pesanti si è mosso, si muove verso di te. Fermati. Lo puoi se arresti l'ultimo volteggio.-
Eutanasia di un Amore, Giorgio Saviane, 1978.
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domenica 9 gennaio 2011
lunedì 20 dicembre 2010
17/09/2008
Lo scrissi che avevo diciassette anni.
Non lo posto perché sia un capolavoro di cui sia solita vantarmi.
Lo posto perchè rileggendo i miei antichi elaborati, provo spesso, profondo imbarazzo. Dato dalla distanza abissale tra la me scrivente e la me leggente
Ecco, rileggendo questo, mi rendo conto che una parte di me non sia affatto cambiata.
se non te lo avessi già detto una volta giuro che adesso verrei da te e ti chiederei di guardare quello che hai, dopo ti fisserei negli occhi nascondendo la mia paura folle
e ti offrirei tutte le sicurezze che non ti ho mai voluto dare per timore che tu mi ferissi…Dio come vorrei che tu leggessi con l’anima,
che capissi che è proprio a te che sono dirette le mie parole…
in realtà il mio cuore punta più in alto, vorrei che mi volessi come io voglio te e
se non l’avesse detto quel coglione di Moccia, ti direi sempre e scriverei ovunque che ho voglia di te e di te solo!
cosa non darei per averti qui, per rendermi conto che non vuoi quella normalità ma me che non capisci mai…
vorrei avere il coraggio e la faccia tosta di tornare da te e dirti che quello che sentivo per te è cresciuto con me,
che io sono la stessa persona ma anche diversa,
e ti offrirei tutte le sicurezze che non ti ho mai voluto dare per timore che tu mi ferissi…Dio come vorrei che tu leggessi con l’anima,
che capissi che è proprio a te che sono dirette le mie parole…
in realtà il mio cuore punta più in alto, vorrei che mi volessi come io voglio te e
se non l’avesse detto quel coglione di Moccia, ti direi sempre e scriverei ovunque che ho voglia di te e di te solo!
cosa non darei per averti qui, per rendermi conto che non vuoi quella normalità ma me che non capisci mai…
vorrei avere il coraggio e la faccia tosta di tornare da te e dirti che quello che sentivo per te è cresciuto con me,
che io sono la stessa persona ma anche diversa,
che tu sei quello che mi fa venire voglia di amare…
non è una questione d'orgoglio. non mi presento perché non posso destabilizzare il tuo equilibrio, non dinuovo.vorrei però.
e quindi scrivo questo che è come darti un bacio dolce, ad occhi chiusi, mentre dormi;
questo che è tutto il mio amore che filtra su di te al confine tra il sogno e l’illusione.
anche se pare che non mi muova sto correndo da te…
non è una questione d'orgoglio. non mi presento perché non posso destabilizzare il tuo equilibrio, non dinuovo.vorrei però.
e quindi scrivo questo che è come darti un bacio dolce, ad occhi chiusi, mentre dormi;
questo che è tutto il mio amore che filtra su di te al confine tra il sogno e l’illusione.
anche se pare che non mi muova sto correndo da te…
lunedì 25 ottobre 2010
Fuori Sincrono
Sveglia antelucana, ore di dita passionali strusciate su pagine antiche, tempo perduto ad ascoltare parole leggere tanto da non lasciare segno alcuno, e finire la giornata ad eseguire ordini altrui.
In un giorno di questo tipo essere messi spalle al muro da noi stessi, di fronte all'ultimo caffé, è davvero inevitabile.
Sei lì, ed appoggiando lo sguardo stanco sulla cremina beige macchiata di latte che non volevi ma altrimenti sarebbe ridicolmente avanzato, sentendo gli interrogativi svolazzare tra le pieghe cerebrali, non puoi far altro che chiuderli danodogli quel perché che tanto reclamano.
"Ogni cosa a suo tempo".
Questo inciso dovrei farmelo marchiare a fuoco in fronte.
E' il monito che più mi sia stato ripetuto. E' il post-it mentale che mi affligge continuamente.
La fretta non è mai stata una cattiva consigliera e l'ultimo minuto è il mio miglior amico e sebbene sappia che facendo le cose con calma e cogliendo i frutti da maturi, ci sia solo tanto di guadagnato, è più forte di me, faccio di tutto e mi sbatto fino all'invero simile per raggiungere ciò che corrisponda alle esigenze del mio frenetico e battente cuore.
Il punto è che la maggior parte delle volte riesco a spuntarla, o almeno penso che sia così; ma per quanto il tempo si faccia galante, quando gli passi avanti storce il naso, allunga il passo e poi ti supera di quel metro scarso che ti lascia stranito lì, ad osservargli le terga.
I biscotti e la cioccolata in tazza vanno presi e consumati insieme.
Il bagnoschiuma va versato in vasca mentre quest'ultima si sta riempiendo.
L'acqua si sala prima di buttare la pasta.
Ogni cosa a suo tempo.
Ecco.
C'è poco da fare quando, pur restando un sorriso di fondo, uno arriva coi biscotti mezz'ora dopo aver sciacquato la tazza o versa il bagnoschiuma in vasca dopo che ci si è già serviti dell'accappatoio o che porti il sale quando gli spaghetti sono bolliti sciocchi.
Non è la stessa cosa e non lo sarebbe stata.
Ogni cosa a suo tempo. Ogni tempo ha la sua cosa.
E davvero non c'è niente da fare...senza posto per i "se" di circostanza.
La cioccolata è stata lo stesso gradevole, ho usato i sali al posto del bagnoschiuma ed ho puntato sul sapore del sugo.
La luce dello schermo cessa di illuminarle il viso.
Rimette la cosa nel cassetto. Lo chiude.
Spegne la luce lasciando la stanza. Lentamente.
Nero.
Titoli di coda.
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mercoledì 29 settembre 2010
Put your head on my shoulder...
E' anche l'argomento su cui sia stato maggiormente discusso, scritto, dipinto, cantato, composto, filmato, inventato...
Così, ogni volta che mi trovo a fare i conti con l'amore che provo io, ecco che l'ansia della banalità mi assale, ed ogni cosa che mi venga in mente mi sembra simile ad una decina di film, un paio di canzoni ed una manciata di puntate salienti di telefilm vari.
Nella banalità non c'è mica niente di male, soltanto che, coi tempi che corrono, sta diventando il titolo della scusa più gettonata per non sforzarsi " un po' " di più.
Ma non ho più diciassette anni, i panegirici di ricercate aggettivazioni che descrivono il più tragico e passionale sentimento sopportabile dall'essere umano, poco si addicono a come ami adesso... (sebbene rimangano tra le mie letture favorite)
Per dirmi alla mia dolce metà, mi occorre un linguaggio alla Volo.
Qualcosa di profondamente umano e meravigliosamente contemporaneo ma non contemporaneo come gli Emo, contemporaneo meritevole di un posto nel mio personale olimpo...
E quindi ho scavato nei ricordi, riletto pagine di diario coll'inchiostro sbaffato a pioggia, aperto album e rivisto fotografie. Fotografie di sensazioni che riaffiorano con magia Proustiana....
Sebbene, nel mio immaginario, difficile da scindere dalla mia reale esistenze, l'amore è lui che mi viene a prendere, una notte, a Parigi...no quello è "Sex & the city"...
Insomma, se per me l'amore, concettualmente, è un classico Disney riadattato alla One tree hill... nella vita, quella vera, quella in cui, quando, raramente, lui mi dice una frase dolcissima e perfetta, non solo non c'è colonna sonora o neve ma io non ho né fondotinta né capello a modo...ecco, in questa vita qui, l'amore che conta non è quello patinato e perfetto...
è dargli la parte più buona del pollo senza dispiacersi troppo... è la preoccupazione che il caffé non sia venuto come le piace, è il trovarlo alla porta la sera in cui non c'era tempo per vedersi e tirarsi su le maniche, prendersi per mano e saltare oltre le incomprensioni, mille pro die...
E se è una fregatura non lo so... e nemmeno voglio saperlo.
venerdì 26 marzo 2010
Buon Compleanno Lalle...
Cuginetta aspirate fotografa...Son finiti i tempi in cui ci rincorrevamo tra le tende del campeggio chiamandoci in modo strano...
Anche quelli in cui mi chiamavi Duda (meno male) perché non sapevi dire Giulia...
Un casino di cose che abbiamo fatto insieme sono già, più o meno felicemente, passato.
Però, a parte tutto, ora sei qui, bella come il sole, a fare l'innamorata iperdolciosacuoriciosa, e brilli costantemente per la tua assenza in the family.
Ma è ok, alla fin fine ti vogliamo bene così.
Oddio, lo sai che non è certo quello che vorrei io, però come dire...se questo passa il convento ;)
Ti voglio un casino di bene.
Sempre e comunque.
Quindi BuonCompleanno...
e non mangiare troppi dolci...:P
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lunedì 22 febbraio 2010
Per nome, a suo modo.
La sveglia stamattina non ha suonato.
Non si è rotta e non ho dimenticato di impostarla faticosamente ieri notte.
Mi sono svegliata mezz'ora prima d'aver bisogno di lei, semplicemente.
Reduce da sogni che non sto nemmeno più a raccontare...
L'oretta di lavori forzati è scivolata via veloce, il motivo segreto è che c'è un cartone della mattina che mi piace un casino, quindi con la scusa del babysitting posso non perderne un episodio...
Il piccolo D, il mio bimbino, oggi mi ha fatto tornare indietro nel tempo con una precisione impressionante.
Gli bacio teneramente la fronte, gli risistemo il cappellino e lo incoraggio come si deve.
Lui, con la solita aria mesta e sconsolata, mi guarda coi suoi occhioni verde scuro, languidissimi. Non dice niente, abbozza un sorriso sghembo per farmi contenta e si incammina lento e dondolante verso la scalinata principale.
Aspetto che sia fuori dal mio campo visivo per andarmene.
Poi mi abbandono alla malinconia del momento.
Io odiavo andare a scuola.
Non odiavo starci, studiare, leggere ma proprio andarci.
Separarmi dalla mia dolce ed accogliente casetta per recarmi in quel luogo impervio e nefasto, per una piccola me che amava così profondamente la vita casalinga, era traumatico. Giornalieralmente traumatico.
Sempre stato così, fin dall'asilo.
L'asilo lo vidi per due settimane al massimo. Ho giusto un paio di ricordi di quel periodo.
La mia amica si chiamava Giuditta, ci davano delle fotocopie da colorare ed io odiavo colorare, mi sentivo immensamente stupida ad usare quei pennarelloni per riempire degli spazi insignificanti, uguali a quelli di tutti. Era frustrante, quindi fingevo di avere mal di testa e mi rifugiavo nella stanzetta dei giochi a fare la bambina solitaria.
Non ero affatto triste, stavo proprio bene e mentre attendevo il signor Pugi che ci portava la schiacciatina, pensavo "io sono più intelligente, odio colorare quei fogliacci e sono più intelligente, intelligente, intelligente...ecco."
Dopo le due lunghissime settimane di asilo, la mia educazione fu affidata a mia nonna.
Mia nonna è una nonna coi controcazzi. E' fantastica.
A quattro anni, grazie a lei, già sapevo scrivere e leggere.
Mi raccontava un sacco di storie, non erano proprio fiabe, erano racconti ed io li adoravo, potevo stare ad ascoltarla per ore.
Poi c'erano le barbie. E su questo non mi sento ancora pronta a raccontare niente. Quando guarirò, vedremo...
Iniziai la prima elementare a 5 anni, non ero l'unica della mia classe ma ero la più piccolina.
Se non per la dimensione, non si vedeva. Avevo i capelli lunghissimi.
Italiano era la mia materia preferita, non sbagliavo le h o le doppie, a volte però avevo qualche difficoltà con le i .
C'era una cosa che però, scrivevo in modo scorretto: il mio nome.
Sembra sciocco, in fin dei conti è la prima cosa che si insegna a scrivere ad un bambino ma prima di andare a scuola, anche io lo scrivevo benissimo.
Però poi, improvvisamente da Giulia, divenni Giuglia.
Mica era colpa mia, se l'amore della mia vita aveva un difetto di pronuncia... il mio nome, detto da lui, mi piaceva di più, era più bello. Giulia non ero io, a cinque anni io ero e volevo essere soltanto Giuglia.
Lui si scordò di me dopo un paio d'anni di elementari. Io un po' dopo...
e che c'entra tutto questo?
Ogni volta che mi fermo e quardo la parte di vita trascorsa dallo stop più recente, mi dico
"hey G, cazzo, sei cambiata, sei cresciuta, sei diversa... la te di sei mesi fa non ti riconoscerebbe mica..." ( è un esempio, non mi parlo davvero in questo modo...credo...)
Però queste cose di allora ci sono anche adesso, ognuna incredibilmente immutata.
Odio colorare le fotocopie.
Non si è rotta e non ho dimenticato di impostarla faticosamente ieri notte.
Mi sono svegliata mezz'ora prima d'aver bisogno di lei, semplicemente.
Reduce da sogni che non sto nemmeno più a raccontare...
L'oretta di lavori forzati è scivolata via veloce, il motivo segreto è che c'è un cartone della mattina che mi piace un casino, quindi con la scusa del babysitting posso non perderne un episodio...
Il piccolo D, il mio bimbino, oggi mi ha fatto tornare indietro nel tempo con una precisione impressionante.
Gli bacio teneramente la fronte, gli risistemo il cappellino e lo incoraggio come si deve.
Lui, con la solita aria mesta e sconsolata, mi guarda coi suoi occhioni verde scuro, languidissimi. Non dice niente, abbozza un sorriso sghembo per farmi contenta e si incammina lento e dondolante verso la scalinata principale.
Aspetto che sia fuori dal mio campo visivo per andarmene.
Poi mi abbandono alla malinconia del momento.
Io odiavo andare a scuola.
Non odiavo starci, studiare, leggere ma proprio andarci.
Separarmi dalla mia dolce ed accogliente casetta per recarmi in quel luogo impervio e nefasto, per una piccola me che amava così profondamente la vita casalinga, era traumatico. Giornalieralmente traumatico.
Sempre stato così, fin dall'asilo.
L'asilo lo vidi per due settimane al massimo. Ho giusto un paio di ricordi di quel periodo.
La mia amica si chiamava Giuditta, ci davano delle fotocopie da colorare ed io odiavo colorare, mi sentivo immensamente stupida ad usare quei pennarelloni per riempire degli spazi insignificanti, uguali a quelli di tutti. Era frustrante, quindi fingevo di avere mal di testa e mi rifugiavo nella stanzetta dei giochi a fare la bambina solitaria.
Non ero affatto triste, stavo proprio bene e mentre attendevo il signor Pugi che ci portava la schiacciatina, pensavo "io sono più intelligente, odio colorare quei fogliacci e sono più intelligente, intelligente, intelligente...ecco."
Dopo le due lunghissime settimane di asilo, la mia educazione fu affidata a mia nonna.
Mia nonna è una nonna coi controcazzi. E' fantastica.
A quattro anni, grazie a lei, già sapevo scrivere e leggere.
Mi raccontava un sacco di storie, non erano proprio fiabe, erano racconti ed io li adoravo, potevo stare ad ascoltarla per ore.
Poi c'erano le barbie. E su questo non mi sento ancora pronta a raccontare niente. Quando guarirò, vedremo...
Iniziai la prima elementare a 5 anni, non ero l'unica della mia classe ma ero la più piccolina.
Se non per la dimensione, non si vedeva. Avevo i capelli lunghissimi.
Italiano era la mia materia preferita, non sbagliavo le h o le doppie, a volte però avevo qualche difficoltà con le i .
C'era una cosa che però, scrivevo in modo scorretto: il mio nome.
Sembra sciocco, in fin dei conti è la prima cosa che si insegna a scrivere ad un bambino ma prima di andare a scuola, anche io lo scrivevo benissimo.
Però poi, improvvisamente da Giulia, divenni Giuglia.
Mica era colpa mia, se l'amore della mia vita aveva un difetto di pronuncia... il mio nome, detto da lui, mi piaceva di più, era più bello. Giulia non ero io, a cinque anni io ero e volevo essere soltanto Giuglia.
Lui si scordò di me dopo un paio d'anni di elementari. Io un po' dopo...
e che c'entra tutto questo?
Ogni volta che mi fermo e quardo la parte di vita trascorsa dallo stop più recente, mi dico
"hey G, cazzo, sei cambiata, sei cresciuta, sei diversa... la te di sei mesi fa non ti riconoscerebbe mica..." ( è un esempio, non mi parlo davvero in questo modo...credo...)
Però queste cose di allora ci sono anche adesso, ognuna incredibilmente immutata.
Odio colorare le fotocopie.
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