sabato 29 settembre 2012

Il caso Edison e Firenze

Renzi viaggia in camper.
I Radiohead, Iggy Pop ed altre sciocchezze.
E' questo di cui si parla in questi giorni.
"ohmiodio i Radiohead  che fighi!"
"Iggy Pop è un grande! Evviva l'HardRock!"
"oh, c'ho fame, si va al BurgerKing?"
"Da H&M hanno i jeans-pantacollant a 9.99! Un vero affare!"

Camminando per i marciapiedi sconnessi del centro, i discorsi che si possono sentire tendendo appena le orecchie sono questi. Qualcuno parla anche del clima, qualcun altro dell'Iphone, un turista ha chiesto al barista dove fosse San Pietro -siete a piedi?- ha risposto l'uomo del bar, un ragazzo ha comprato delle Malboro rosse, quelle che fumava mio babbo, mi viene in mente, prima che passasse alle light.
Il Renzi viaggia in camper.

Non mi ricordo i nomi di tutte le strade, non ci ho mai prestato veramente attenzione. I percorsi per arrivare dove desidero li invento perché il mio senso dell'orientamento è come una fonte nel deserto, totalmente assente. L'autobus non mi piace, preferisco andare a piedi, anche se è caldo, anche se piove e se riesco ad arrivare in uno dei punti chiave del centro senza che venga investita da una bicicletta arrogante o di una carrozza appesantita da una famiglia tedesca, mi sento di nuovo al sicuro.

Ho sempre pensato, da brava fiorentina purosangue, che fosse una fortuna impagabile quella di poter godere di così tanta bellezza gratuita.
Firenze è un'espressione d'amore e arte architettonica.
Qualunque cosa ti sia capitata, fai due passi e ti trovi di fronte il Duomo. O Piazza Signoria e la Loggia dei Lanzi, giusto le prime tre voci di una guida turistica per giapponesi.
E questo condiziona i fiorentini fin dalla nascita, dalle prime giratine a vedere la sfilata dei Magi o lo scoppio del carro. Sì li condiziona, per forza, e alla fine l'Arco di Trionfo non sembra poi così speciale.
Il Renzi intanto viaggia in camper.

I fiorentini.
Già perché chi abita a Firenze si chiama così "fiorentino" e sono quelli che aspirano la "c" e la "t" come gli etruschi, sono quelli col CAP che parte da 50100, o dello 055 se chiami un fisso, sono quelle persone per le quali Firenze non è due pagine di una camera con vista, ma un progetto, un futuro, una scommessa, un reale presente, un adesso come direbbe il Renzi se non fosse in viaggio in camper.

Sembra che per queste persone, sì per le persone che a Firenze fanno l'occhiolino al David ma comprano anche il dentifricio e lo scottex, ecco sembra che per queste persone qui, almeno in centro, non ci sia più posto.
Forse noi fiorentini siamo brutti?
Non ci intoniamo alla linea estetica marcante l'immagine che Firenze dà nel mondo?
I turisti non gradiscono la nostra vista?
E' forse per questo che i posti in cui se vuoi mangiare fuori a pranzo, senza un menu fisso con la cocacola e il pane imbustato nella plastica o senza spendere dodici euro per un caffè, si trovano tutti in viuzze traverse?
Questioni di mercato, il Fiorentino funziona come concept, non servono persone vere, è un marchio da stampare sulla pelle delle borse nelle vetrine in San Lorenzo.
Il Giglio vende, le persone fanno brutto.
E Renzi in camper seguita il viaggio.

Negli ultimi anni hanno chiuso l'Ambasciata, dove suonavano dal vivo tutti i gruppi underground del territorio, permettevano di far esibire spesso anche quelli senza contratto Universal, hanno eliminato il Variety, il cinema nel quale io e tutti i miei amici abbiamo visto Harry Potter e la Pietra Filosofale.
Hanno chiuso la Martelli, dove potevi fare colazione e leggere Foster Wallace prima che ci fossero i ragazzini coi baffi e i pantaloni arrotolati a farti un instagram.
E come questi altri luoghi di ritrovo per cittadini anonimi si sono estinti.
Ricordi l'hanno spostato in via Brunelleschi, ora c'è Nespresso, l'ennesima americanata.
Renzi sempre nel camper. Chissà con cosa se lo fa il caffè ?

Sulla ghigliottina adesso c'è lei, la libreria che dal 96' ha diminuito di quattro piani l'ignoranza di questa città, accompagnando questa redenzione senza pretese, con un caffè sincero e troppe poche sedie.

Sono fioccate polemiche d'ogni genere, chi si è arrabbiato, chi ha pianto, chi ha scritto indignatissimi status su ogni social network che glielo permettesse. Il web cittadino parla solo di questo.

Io ci sono entrata l'altra settimana, i libri rimasti sugli scaffali gialli sembravano gli anziani lasciati a Villa le Terme. La sensazione salendo le scale è precisamente la stessa in entrambi gli edifici.
La barista tiene lo sguardo basso, insieme allo scontrino ti da una dose di malinconia da masticarti prima di uscire, giusto perché ti resti l'amaro in bocca.

Non so se riesco ad essere particolarmente obiettiva perché in quella libreria ho vissuto, altri come me, momenti fondamentali della mia vita. Troppo tragico?
No, sto parlando di emozioni vere, reali, di contatti emotivi e sentimentali, avuti con persone vive o parole vive, proprio lì, su quelle sedie di plastica, davanti a quegli scaffali! Ho un livido fisso sullo stinco a misura Edison!
Ma no, Firenze, il bon bon da turista, merita un Apple Store.

Però è ovvio che il problema non sia questo, Apple vende a prezzi esagerati oggetti che rispondono a precise esigenze emotive e sociali che essa stessa ha creato.
Che piaccia o meno, è un dato di fatto.

I libri non piacciono.
Non abbastanza da sopravvivere.
E' Darwiniano.
E' selezione naturale.
Le Monnier, la libreria al Porcellino, quella in via della Colonna, hanno chiuso tutte ed altre ne chiuderanno.
I libri sono come i Dodo.
Costano troppo rispetto all'interesse che suscitano.
E i "feticisti" della carta stampata e del redesign delle copertine degl'oscar Mondadori sono pochi, e i più di questi pochi non hanno la liquidità necessaria per risollevare le sorti infauste del mercato editoriale.
E quindi? Forse bisognerebbe stare un passo avanti ai tempi, niente più libri di carta per la gioia  degl'ambientalisti ma terabyte su terabyte in hardisk immensi con milioni di ebook da acquistare a poco prezzo, magari anche gratis se l'autore è morto.
Può funzionare? Esiste già?
Un compromesso.
Un compromesso tra l'Ipad e l'opera omnia di Dostoevskij.
Tentare una strada alternativa, per me, è doveroso e ben lontano dall'accanimento terapeutico.

Da fiorentina, non voglio che si possa dire per l'ennesima volta che Firenze è come uno di quegli studenti brillanti ma indisciplinati, come magari siamo stati tutti:

"potrebbe fare molto di più ma non si applica"

Applichiamoci.

App-lichiamoci.


Il cuore, per l' Edison, mi piange lo stesso.


Adesso Firenze perde quattro piani d'anima.
Il Renzi viaggia in camper allo stesso tempo.

I Canti di Leopardi in busta Edison


martedì 18 settembre 2012

Fall in Love







Non mi piacciono troppo le poesie, ma oggi avevo in mente questa, che mi fa venire in mente la persona adatta a me.


Molta follia è suprema saggezza
per un occhio che capisce -
molta saggezza, la più pura follia.
Anche in questo prevale la maggioranza.
Conformati, e sei saggio -
dissenti, e sei pericoloso.

Un matto da legare.


Emily Dickinson




giovedì 13 settembre 2012

La sirena e il capitano

A volte mi sento come una sirena, seduta su uno scoglio, che pur di non cantare i suoi segreti canta cover.

Mi vesto e mi accorgo di un dettaglio che mi fa sorridere.
Mi sono accorta che indosso un coordinato, niente di che, pizzo color sabbia, uguale a tutti gli altri.
Ma questo, e scusami se rido, questo l'ho comprato per te.
Lo so, lo so è assurdo, ma a mia discolpa posso dirti che l'ho comprato molto tempo fa, molto più di quanto non sarei disposta a confessare, forse.
Sai io ho un modo molto empatico di acquistare capi.
Li guardo, li tocco, e se mi suscitano l'emozione giusta o l'immagine giusta, nemmeno li provo, sono già miei.
E' perché la mia immaginazione è fervida che il mio armadio straripa.
Così vidi questo e pensai che ti sarebbe piaciuto, ma non per lo stesso motivo scatenante per cui piacerebbe anche ad altri, forse, ma perché tu sei uno che si accorge delle cose, uno attento al dettaglio, ed avresti passato piano le dita sul ricamo degli spallini e sul pizzo tra le ossa ondose del bacino ci avresti letto una storia.
Scuoto la testa e sorrido ancora.
I miei sogni a forma di vita sono così lineari, nella vita a forma di vita, forse non ti accorgeresti nemmeno che sono nuda se non per qualche decimetro quadrato ben tagliato di stoffa, anzi neppure mi spoglieresti.
E qui mi vengono in mente i discorsi che la mia amica ed io ci prestavamo a vicenda, frasi a effetto, molto rincuoranti che parlavano della bellezza di mari mai navigati, o appena solcati, di fatti che son come domande e poi le risposte arrivano anche se non sai quando, tutte le cose da sapere su tempo e destino per sentire un po' meno il senso di vuoto che ti lascia dentro qualcosa andata per un altro verso rispetto alla rotta che tu avevi tracciato.
Eravamo bellissime.
Sorrido.
Hai visto molto di me, ma mai questo completo.
Mi abbottono la camicetta e penso che sono contenta che ti piaccia il mio cervello, che ci sia questo scambio di informazioni, opinioni, recensioni, sono felice tu voglia capirmi, ascoltarmi, farmi conoscere quello che sai, mi allieta che tra noi vi sia questa affinità culturale, professionale.
Sì.
Davvero.
Perché ti stimo.
Ecco.
Però, no, sei uno scemo, uno di quelli certificati, perché questo completino mi sta da dio e la prima cosa che dovresti pensare appena sveglio è chiamarmi, vedermi e stamparmi un bacio di quelli che ti si imprimono a forza nella memoria. Sensoriale, fisica, sentimentale.
Siamo perfetti alla fine.
Una sirena che canta canzoni d'altri e il capitano di una nave a vele spiegate, attraccata al porto.





lunedì 27 agosto 2012

Breve Dialogo Semplice


In uno di quei barrettini sulla spiaggia, quelli tutti di legno, quelli in cui alle quattro e mezza fanno la schiacciata e le ciambelline, quelli col pavimento sabbioso su cui puoi camminare anche senza ciabattine, chiedo un caffè e una mezza naturale.

"Signora..sei fidanzata?"
"...no"
"Ma sei bella!"
"Che carino, grazie mimmi..."
"Sai io quando vedo una che mi piace la bacio! A te ti bacia mai nessuno?"
"Mah... ultimamente insomma..."
"Magari dove stai te li fanno diversi! Non essere triste signora!"

Mi dice che è bello l'orecchino che ho lì, sull'ombelico e poi prende un maxibon e torna a giocare coi suoi amichetti che ridacchiavano e dicevano che parlavo buffa.



venerdì 24 agosto 2012

Vado a parole

Sailor Crusca.
Non nel senso degli All Bran.
Cioè se avessi una compagna sarebbe Sailor Devoto-Oli, non Sailor Bifidus...
Ecco sarebbe questo il tipo di Sailor che sarei.
"Potere del Cristallo Semantico, vieni a me" griderei strizzata in un abitino da educanda, tenendo in mano uno scettro esagonale a due punte, una rossa ed una blu.
E infonderei il senso del congiuntivo, ucciderei qualche "cioè" di troppo, combatterei strenuamente contro le "k" e difenderei il peso delle parole, di tutte le parole che conosco ed anche di tutte le altre.

Io ho un rapporto con le parole.
Avevo scritto "strano" in prima battuta, ma è un aggettivo che, al momento, non capisco molto bene, quindi l'ho soppresso.
Ho un rapporto di amore/odio, di dipendenza.
Tensione.
Momenti nei quali ne ho bisogno, un bisogno soffocante.
Ed è bisogno di darle come di riceverle.
E momenti nei quali le detesto, non ne sopporto nemmeno la vista.
Soffocante diventa la loro presenza.
Superflua.
Ridondante.
Pleonastica.
Insopportabile.

Potenti.
Potentissime.
In ogni caso, queste parole.

E sì, abbondano frasi fatte sull'importanza dei gesti, del fare, dello sporcarsi le mani con la vita.
Ed è tutto giusto ma dipende che significa per te una parola.
Io per tirarne fuori alcune, devo mettere le mani nel sangue.
E pronunciarle è una bellezza infinita e doloroso e devastante insieme.

Ci sono stati giorni lunghi quanto lontani, nei quali a cullarmi è stata la tristezza dell'inefficacia delle mie parole dette e scritte.
Ricordo la mia faccia smunta, stremata per averle estratte dalla radice più sincera del mio io ed averle porte con dolcezza insensata o rabbia o amore e non aver ottenuto nulla più d'un pugno vuoto, pieno di silenzio.

Ma il silenzio ha un peso pure lui.
Solenne, assenso, assente anche.
Violento il calare.
Dirompente lo spaccarsi.

E quando accade, quando si frantuma, vedi.
Vedi quel che c'era dentro.

Oh.
Un paio di parole.

mercoledì 22 agosto 2012

Questa è la tua mail.

"Devo rispondere alla mail"
E' una frasettina che mi si accende in testa, appena spento il mac.
Ed ovviamente è tardissimo, ho passato due ore a cazzeggiare tra pigrissimi like e a sbavare dietro siti di gente che fa od è cosa vorrei fare ed essere io ma anche meglio.
Quindi penso due righe che mi paiono proprio proprio geniali e mi addormento cullandomi nell'illusione che "la scriverò domattina".
Poi "domattina" mi sveglio male perché ho dormito un po' storta, con le manine ripiegate e sono dolorante e svogliata, quindi è tutto un "dopo" che non arriva mai.
Poi lo sai, odio le mail.

Però la schermata grigia del blog di google mi fa sentire a casa, mi fa sentire accolta in un luogo dove sono sempre la benvenuta, mi fa sentire voluta bene, e allora ti rispondo qui, più serenamente.
Che poi ovviamente sto generando un post di quelli così sinceri che ogni apprezzamento sarebbe imbarazzante, ma lo sai, i miei post migliori sono quelli senza like, in apparenza.
Una massima che nella mia vita si può espandere in diversi settori.

Ho anche pensato che potrebbe risultare sconveniente scrivere i cazzi miei così, poi ho anche subito pensato "quando mai i cazzi di qualcuno che li racconta tranquillamente sono di comune e gossippesco interesse", poi sono nella fase shalla della vita, motivata dall'amore per certe cose che faccio e scopro, quindi, fondamentalmente, faccio quel cazzo che mi pare senza il minimo senso d'ansia di giudizio, nemmeno del mio.

Suono, ma ho smesso.
Ho smesso un sacco di cose che mi piacevano perché non mi sentivo abbastanza brava, che poi non era vero, ma nel momento in cui devi scegliere se far fatica per qualcosa, semplicemente non ci stavo dentro. Non abbastanza.
Qualche tempo fa ho preso in mano la chitarra, dopo giorni in cui mi fissava storta, e ho suonato un pezzo di quelli forse un po' troppo commerciali, un po' troppo goticheggianti, un po' troppo diverse cose per fare la fighetta indie, forse, ma chissenefotte mi piaceva e ho attaccato a strimpellarlo.
All'inizio faceva cagare.
Ma dopo un paio di giri ho cominciato a canticchiare ed è venuta fuori, e anche se non era proprio uguale all'originale, ho capito - sai quando capisci espressioni ovvie che hai sempre detto? tipo senti un click nella testa e bum, le hai capite davvero...- insomma ho capito che significhi "propria interpretazione".
Non ho una gran voce, non so nemmeno troppe canzoni a memoria, la memoria in generale non è il mio, non questo tipo qui almeno.
Però ho sentito che quella canzone ce l'avevo, era anche mia.
E poi ti ho pensato.
Continuavo a suonare e pensavo a tutte le cose che in questo breveimmenso tempo hanno riempito lo spazio immensobreve tra di noi.
La canzone cambiava, diventava un'altra, e poi pensavo a quanto io riesca a pensare intensamente una cosa ed il suo opposto, quanto ami il punto chiaro della situazione e quanto invece lo detesti, quanto ami l'implicito e a quanto desideri la luce del sole sui gesti e a quante volte abbia cercato di arginare questo dualismo col solo risultato di una diga frantumata da una personalità disturbata, impetuosa e contorta quale la mia.

Eppure sono una ragazza semplice.

E ti prego, non ridere.

In realtà è tutto come la spirale di Fibonacci.
Sì che dopo che l'ha scoperta tutti a dire "eh, bravo, sta dentro a un trilione di cose! cioè lo vedi? è ovvio che questo quadro è bello, è in rapporto aureo!"
E sì vabbè occhèi, ma estrapolare la formula da una conchiglia mica è tanto ovvio.
Gli sarà venuto il mal di testa a guardare tutte le cose, osservare i nessi, scorgere da lontano la regola alla radice prima di estrapolarla, di coglierla...
Secondo me sì, si svegliava la mattina e prendeva due aulin a stomaco vuoto.

E quindi, mentre arpeggiavo, pensavo che è così che vivo questa parte di vita, con il mal di testa da Fibonacci. Cercando di definire entro linee certe, l'equazione di ogni cosa.
Perché ho questa fissazione di dover capire che cos'è per me ogni legame.
Ho la smania di verità costante.
Ed anche se gioco sporco, beh devo saperlo per bene.
Scorgere il limite del mio spazio d'azione, e di quello di chi mi sta di fronte.
Ed è per questo che poi faccio casino, che mi arrabbio e penso che conoscerci sia stata l'idea più malsana che mi sia mai venuta in mente!
Fondamentalmente per il principio che genera l'odio nel mondo.
Perché non capisco.

Ma forse ho capito.
Ho capito che forse non devo capire niente, che la verità è come un pruno che non riesci a togliere con le pinzette - ne so qualcosa- e quando sarà il momento farà tutto da sé...
Certo è una lunga incubazione dalla piacevolezza di un travaglio plurigemellare talvolta...
Però tanto per precipitare nell'ovvio, tutto va come deve, quindi tanto vale prendere le cose come stanno senza comprimerle a sangue in convizioni, definizioni, aspettative o regole non adatte a qualcosa di, fondamentalmente, molto spontaneo.

Wow.

L'ho detto.
Cioè l'ho pensato.
E l'ho scritto anche.

Ed ora mi sento leggera come una modella americana, di quelle che a piedi uniti, tra le cosce ci passa un cane al salto col bastone in bocca.

Ti voglio bene.
Ti voglio un bene non a forma di bene.
Ti voglio un bene a forma di ogni stranezza, di ogni episodio, di ogni puntata, di ogni canzone, di ogni colpo di matto che il nostro sceneggiatore inserisce in questa telenovela argentina dorata.

Ogni gradino che abbiamo salito, coi nostri tempi, sincopati e fuori sincrono, visti nella totalità della gradinata, ora che almeno io sono su un pianerottolo - anche tu ma sicuramente su un altro- mi sembra una prova di forza infinita. Non ho il fiatone ma non è nemmeno agile come una passeggiata in collina.

Ora ho perso il filo, ma forse ho scritto facendo contento Joyce e il suo stream of consciousness, e quindi niente in questo discorso è riconducibile al filo logico d'Arianna che per me, nella mia vita, è solo un ottimo, se non il migliore, shottino da Eby's.

Siamo agli sgoccioli di questo flusso di parole dense di un significato immenso e poverissimo e non scriverò nessun saluto perché questa mail che avrei dovuto scriverti non parlava di addii o arrivederci, o pianti alla stazione.
Parlava di questo nostro ordinatissimo casino e basta.
Perché il riassunto delle puntate precedenti magari può sembrare noioso, ma ogni passaggio che vedi pensi "io c'ero, l'ho visto, l'ho vissuto!" e allora visto che a quello c'hai pensato tu, io ho scritto a vanvera perché non sarei mai stata all'altezza della tua digitazione.
Alla fine sei proprio uno scrittore.

A presto.

G















martedì 21 agosto 2012

Sei tornato, Eroe.

Esse, Fisico magro, andatura lenta, capelli spettinati. Come sempre.
Si ferma di fronte all'entrata del locale.
E' sempre lo stesso, pensa, però si vede che è bruciato.
Guarda in basso. Un istante. Entra.
Tutto come prima.
Quasi.
M sempre sul panchetto di legno in fondo al bancone, lo stesso boccale di birra scura, sicuramente non il primo e forse anche la stessa camicia.
R e i suoi amici smilzi a giocare una partita a carte, senza soldi, ma densa di rancori atavici,
un gioco di bari iniziato molto prima della guerra e che forse la guerra aveva reso solo più sporco; nessun vincitore, come sempre.
D passa lo straccio sul bancone, che è proprio come prima, solo che B non c'è appoggiato coi gomiti, c'è una sua foto appesa al muro.
Esse guarda dritto D che quando lo riconosce fa quella sua espressione piena di dolcezza e malinconia che da un omone grosso e barbuto certo non t'aspetti.
Esse abbozza un sorriso e D gli indica di là a destra, la porta sul retro.
Esse muove due passi e la porta si apre.
Jay.
Capelli raccolti, passo deciso, vassoio in mano.
Prende i vuoti al tavolino di R, un altro giro, dice lei, con lo stesso sorriso e lo stesso solito tono d'un interrogativo la cui risposta è palese.
Jay va verso il bancone, vede la faccia di D e si volta subito.
Si vedono.
Sorride, lei.
Gli spacca il cuore, come sempre.
Si vanno in contro, lei posa il vassoio, struscia la mano al grembiule e lo abbraccia proprio come sempre.
Lo sguardo di D, gli amici di R, R, anche quello stordito di M, un istante, su di loro.
Come se quella città, quella strada, quel locale, quelle persone, per un istante, avessero inteso di avere davvero un profondo bisogno che tutto sembrasse, almeno un po', come sempre.

-E' stata dura di brutto.-
-Sei tornato, Eroe.-








sabato 18 agosto 2012

Zara o Zarathustra?

Oggi mentre mi specchiavo in un camerino, riflettevo anche.
Pensavo a quante volte ero stata proprio in quel camerino, a quanti capi abbia provato, a quanti ne abbia poi davvero comprati, a quante aspettative abbia riposto nel vestito giusto e nel colore giusto per la serata giusta.
Cazzate filosofiche miste a mero materialismo.
Poi pensavo a che persona sia diventata, a che persona sia sempre stata, e a quanto non me ne importi più niente di piacere per il gusto di farlo.
Poi altre cazzate filosofiche.
Tipo: se non mi fossi sentita terribilmente esteticamente inadeguata, avrei mai letto un libro?
E poi un altro e un altro ancora?
Forse no, forse se a quattordici anni mi fossi sentita bella e serena non avrei passato le notti a scrivere roba -illeggibile- barocca densa d'aggettivi attempati e forse nemmeno mi sarei messa a cercare risposte, non mi sarei fatta neppure tante domande e sarei andata al Variety a vedere un film insieme al ragazzino che mi piaceva.
Mi ripeto spesso che sebbene il desiderio di conoscenza si porti dietro qualche effetto collaterale, valga comunque sempre la pena, che nonostante tutto, faccia crescere in modo sano e diventare migliore.
Sì. Ma forse no. Forse questa fissa di andare oltre, di voler scoprire sempre la verità, di non accontentarsi mai di quello che si vede ma pretendere sempre qualcosa in più da me e dal mondo intorno, forse non vale il mal di testa o di stomaco o di fegato che ne derivano.
Forse è sbagliato. Forse se le cose ti appaiono in un certo modo devi fartele andare bene e basta. Soffocare il pop-up interrogativo che balena in testa. 
Forse dovrei essere più semplice, più leggera.
Meno robusta sia fisicamente che nei confronti della vita.
Tenere in riga, a dieta il cervello, farlo diventare borderline anoressico.
E forse questi sono i discorsi giusti per questo scopo.
Ma, sempre forse, non è il caso di dar tanta corda a questo florilegio d'assurdità.

Prima o poi deciderò come la penso:
Se sia più giusto "così parlò zarathustra" o se non sia meglio fermarsi a zara e basta.

mercoledì 15 agosto 2012

RedHaired girls



Baciami come se guidassi una 1100


Ferragosto.
Se non sei sulla spiaggia di Gran Canaria o al solito bagno al Forte, a giocare a calcetto, bere l'estatè al limone ed evitare i gavettoni più ingrati, sei a pranzo coi parenti.
Ed è tipo natale, solo che fa caldo. Quindi alla fine c'è il gelato.
Mia mamma cucina troppo bene. Ha preso tutto dalla nonna.
E poi è troppo bella quando aiutandola a cucinare, la osservo mentre si perde in un ricordo sabbioso che la fa sorridere, apparentemente senza perché...
Oggi poi, a riempire la cucina, c'erano cento e una canzoni di altri tempi che le facevano brillare lo sguardo.
Così aspettando che il timer del forno suonasse, mentre a risuonare era questa canzone, ho fatto questo disegnino.
E pensavo che mi sarebbe piaciuto stare dentro ad uno di quei documentari in bianco e nero, messi in onda da rai storia, in cui intervistavano le ragazze in spiaggia, coi primi due pezzi a pois, ed era tutto ancora da scoprire, e se volevi parlare con qualcuno dovevi telefonargli a casa, e i baci andavano guadagnati, e sapevano di gelato, di "i miei non devono saperlo",  di passeggiatine mano nella mano e canzoni soprattutto in italiano...
Invece siamo nell'era di facebook, dei blog, degli sms, della geolocalizzazione, il gelato è sammontana, la musica a volte nemmeno sai cosa ti dice e se non ti bacia la prima sera è sicuramente gay.
Ah, l'evoluzione.

martedì 14 agosto 2012

L'amore ai tempi del colera

Il titolo non c'entra niente col libro, che non mi piace nemmeno tanto, c'entra solo perché volevo enfatizzare le fusa della mia gatta mentre ho il mal di gola.


La mia odietamo cugina mi ha regalato un ciondolino tipo questo che ho disegnato.
Perché sono viziata e quando sono malata, a casa in famiglia, soprattutto ad agosto, i famigli si impietosiscono vedendomi fissare le pale ferme del ventilatore, che se lo accendessi farei la gioia delle mie placche. 
Mi comprano anche il gelato. 
Tanto gelato da rendere inutili questi due anni di dura palestra.
Maledetti.
La mia odietamo cugina mi ha regalato il suscritto ciondolo dicendo

"te l'ho preso perché ti somiglia, è magrolina come te".

A quel punto,il rancore profondo nato per tutte le magliette che mi ha sottratto, tutte le scarpe prese in prestito e mai più riviste, tutti i trucchi e i profumi che hanno fatto la stessa fine si è dissolto, dipanato nel suono di una più che piacevole bugia.
Però spero che il potere glamour di questa bambolina dorata e anoressichina, influisca su di me nella notte e mi faccia pensare a desiderare cose inutili e costose come altre scarpe o borse nel momento in cui si paleseranno di fronte a me gelati al cioccolato extrafondente della mia gelateria preferita, ad esempio.

Stasera non ha funzionato, ma non abbiamo ancora dormito insieme, quindi non valeva.

Però prometto.
Da ora a natale, solo insalatina.
Niente carboidrati dopo le diciotto.
Niente dolcini con la cioccolata.
Niente hamburger di mezzanotte.

Perché se non va bene con design dovrò trovare un ricco marito che mi mantenga e per questo nobile fine ho bisogno che il mio caro lato b rimanga in questa 26, e che magari ci stia pure un po' largo...
No, in fin dei conti sono fan del "due cuori e una capanna", certo non che "due cuori e una villa con piscina" mi faccia proprio schifo ma non è poi così fondamentale...via vedo che lo spirito gretto, superficiale e materialista della mia FashionVoodooDoll sa facendo effetto.

Eccellente.