Ci sei tu, che hai una vocazione, una passione.
Tu che ti fai in quattro per andare fino in fondo a questo bisogno che senti.
Tu, che hai avuto coraggio e che sei cambiato tanto o forse solo cresciuto, e ti sorprende che ti sia piaciuto.
Tu, che quando fai qualcosa che ti piace non c'è bisogno di parole.
Tu, che sai stare nel mezzo delle cose tanto quanto un po' più in là, guardando altrove.
Tu, che sei in guerra tutti i giorni e ti accorgi che quel fiore vuol dire primavera.
Tu, che torni a casa da eroe stanco, sconfitto a volte, e mi guardi ogni volta come fosse la prima, come fossi la sola.
Poi ci sono io.
Io che devo seguire cosa mi fa battere il cuore.
Che inciampo se cammino e non corro ma saltello.
Io che potrei annegare in un sorso d'acqua e nuotare in mare aperto in piena notte per lo stesso motivo.
Io coi miei silenzi trasparenti, coperti da sciarpe di parole.
Io che amo imparare ma studiare mai mi piacerà.
Io che tutto e tutto il contrario.
Io, madrina del brillio negl'occhi d'entusiasmo e malinconia.
Io, che torno a casa a mettere i cerotti sulle ginocchia dei miei sogni e ti preparo il caffè mentre ti siedi.
Mi dai un bacio, mi porgi un fiore e mi dici che è di nuovo primavera.
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domenica 23 giugno 2013
martedì 22 gennaio 2013
Forse. Una Storia.
Una volta conoscevo un ragazzo bello come il sole, talentuoso come un dio greco.
Per questo lo chiamerò Apollo.
Non sono Dafne, né Giacinto, né Melissa.
Sono un po' ninfa, un po' uomo, un po' donna mortale.
E nel tempo in cui tutto poteva essere, almeno un po', siamo stati anche noi.
Nelle acque fredde di un fiume antico, intingevo i pennelli in un giorno d'estate.
Un masso scaldato dal sole ospitava con grazia, me , le mie piccole tele e le mie lunghe chiome ondulate.
Fu allora che un annoiato Cupido ordì la sua trama dolceamara.
Scoccò due dardi, uno contro il verso di Zefiro.
Troppo lirica?
Non sto, sebbene sia da me, indorando la pillola...
Questa è una storia bella e triste, vera e falsa, infinitamente lontana, proprio dietro l'angolo, come una leggenda, un mito dipinto su un vaso che qualche crepa per qualcuno è segno di vecchio, per qualcun altro di fascino.
Tra la polvere di un ricordo e la nebbia appena sotto un monte che forse non era l'Olimpo, se chiudo gli occhi, sento ancora la terra umida sotto i piedi e le mani poggiate sulle cortecce ruvide degl'alberi.
Finché non lo incontrai, non feci che cantare di lui.
Dopo che l'ebbi incontrato non sopporto nemmeno la vista del suo nome scritto.
Troppo concettuale?
È sempre difficile raccontare una bugia, almeno quanto dire il vero.
Questa è una storia che non comincia, che era già iniziata, io sono arrivata dopo, almeno cinque minuti. Al solito.
Mi sono svegliata tardi, stavo facendo un sogno, sognavo proprio questo ragazzo bello come il sole, ed anche questo sogno era bello così, quindi ho ignorato la sveglia, ho affondato la testa sul cuscino quel tanto che è bastato per guardare il riflesso ambrato, tipico dei sogni belli forte, che lo stava giust'appunto illuminando...
non ce l'ho fatta a baciarlo.
Mi sono svegliata.
Per questo ho fatto tardi.
Scusate.
È per questo che non ho il colpo di scena.
Ho tante parole, un paio di canzoni, un profumo tanto vivo da far male e una serie infinita di incontri mancati, di casualità perdute, di svolte filate lisce, di bivi ad una sola uscita.
Ogni mito, ogni favola, ogni storia che valga la pena leggere, vivere, ascoltare, non è precisa, non è definita, è come sfumata, perché non parla di nessuno ma alla fine somiglia a tutti.
Così questo ragazzo bello come il sole io non l'ho mai visto, e lo conosco meglio di chiunque altra al mondo.
Come un eroe mi ha stretta tra le sue braccia e sono scivolata via perché ero già in ritardo per la fine triste di ogni amore impossibile che meriti di essere raccontato sottovoce, che meriti di rimanere protetto in un segreto infinito.
E vissero per sempre lontani e insieme, incompleti e felici come quella volta che forse non c'era mai stata.
Per questo lo chiamerò Apollo.
Non sono Dafne, né Giacinto, né Melissa.
Sono un po' ninfa, un po' uomo, un po' donna mortale.
E nel tempo in cui tutto poteva essere, almeno un po', siamo stati anche noi.
Nelle acque fredde di un fiume antico, intingevo i pennelli in un giorno d'estate.
Un masso scaldato dal sole ospitava con grazia, me , le mie piccole tele e le mie lunghe chiome ondulate.
Fu allora che un annoiato Cupido ordì la sua trama dolceamara.
Scoccò due dardi, uno contro il verso di Zefiro.
Troppo lirica?
Non sto, sebbene sia da me, indorando la pillola...
Questa è una storia bella e triste, vera e falsa, infinitamente lontana, proprio dietro l'angolo, come una leggenda, un mito dipinto su un vaso che qualche crepa per qualcuno è segno di vecchio, per qualcun altro di fascino.
Tra la polvere di un ricordo e la nebbia appena sotto un monte che forse non era l'Olimpo, se chiudo gli occhi, sento ancora la terra umida sotto i piedi e le mani poggiate sulle cortecce ruvide degl'alberi.
Finché non lo incontrai, non feci che cantare di lui.
Dopo che l'ebbi incontrato non sopporto nemmeno la vista del suo nome scritto.
Troppo concettuale?
È sempre difficile raccontare una bugia, almeno quanto dire il vero.
Questa è una storia che non comincia, che era già iniziata, io sono arrivata dopo, almeno cinque minuti. Al solito.
Mi sono svegliata tardi, stavo facendo un sogno, sognavo proprio questo ragazzo bello come il sole, ed anche questo sogno era bello così, quindi ho ignorato la sveglia, ho affondato la testa sul cuscino quel tanto che è bastato per guardare il riflesso ambrato, tipico dei sogni belli forte, che lo stava giust'appunto illuminando...
non ce l'ho fatta a baciarlo.
Mi sono svegliata.
Per questo ho fatto tardi.
Scusate.
È per questo che non ho il colpo di scena.
Ho tante parole, un paio di canzoni, un profumo tanto vivo da far male e una serie infinita di incontri mancati, di casualità perdute, di svolte filate lisce, di bivi ad una sola uscita.
Ogni mito, ogni favola, ogni storia che valga la pena leggere, vivere, ascoltare, non è precisa, non è definita, è come sfumata, perché non parla di nessuno ma alla fine somiglia a tutti.
Così questo ragazzo bello come il sole io non l'ho mai visto, e lo conosco meglio di chiunque altra al mondo.
Come un eroe mi ha stretta tra le sue braccia e sono scivolata via perché ero già in ritardo per la fine triste di ogni amore impossibile che meriti di essere raccontato sottovoce, che meriti di rimanere protetto in un segreto infinito.
E vissero per sempre lontani e insieme, incompleti e felici come quella volta che forse non c'era mai stata.
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martedì 21 agosto 2012
Sei tornato, Eroe.
Esse, Fisico magro, andatura lenta, capelli spettinati. Come sempre.
Si ferma di fronte all'entrata del locale.
E' sempre lo stesso, pensa, però si vede che è bruciato.
Guarda in basso. Un istante. Entra.
Tutto come prima.
Quasi.
M sempre sul panchetto di legno in fondo al bancone, lo stesso boccale di birra scura, sicuramente non il primo e forse anche la stessa camicia.
R e i suoi amici smilzi a giocare una partita a carte, senza soldi, ma densa di rancori atavici,
un gioco di bari iniziato molto prima della guerra e che forse la guerra aveva reso solo più sporco; nessun vincitore, come sempre.
D passa lo straccio sul bancone, che è proprio come prima, solo che B non c'è appoggiato coi gomiti, c'è una sua foto appesa al muro.
Esse guarda dritto D che quando lo riconosce fa quella sua espressione piena di dolcezza e malinconia che da un omone grosso e barbuto certo non t'aspetti.
Esse abbozza un sorriso e D gli indica di là a destra, la porta sul retro.
Esse muove due passi e la porta si apre.
Jay.
Capelli raccolti, passo deciso, vassoio in mano.
Prende i vuoti al tavolino di R, un altro giro, dice lei, con lo stesso sorriso e lo stesso solito tono d'un interrogativo la cui risposta è palese.
Jay va verso il bancone, vede la faccia di D e si volta subito.
Si vedono.
Sorride, lei.
Gli spacca il cuore, come sempre.
Si vanno in contro, lei posa il vassoio, struscia la mano al grembiule e lo abbraccia proprio come sempre.
Lo sguardo di D, gli amici di R, R, anche quello stordito di M, un istante, su di loro.
Come se quella città, quella strada, quel locale, quelle persone, per un istante, avessero inteso di avere davvero un profondo bisogno che tutto sembrasse, almeno un po', come sempre.
-E' stata dura di brutto.-
-Sei tornato, Eroe.-
Si ferma di fronte all'entrata del locale.
E' sempre lo stesso, pensa, però si vede che è bruciato.
Guarda in basso. Un istante. Entra.
Tutto come prima.
Quasi.
M sempre sul panchetto di legno in fondo al bancone, lo stesso boccale di birra scura, sicuramente non il primo e forse anche la stessa camicia.
R e i suoi amici smilzi a giocare una partita a carte, senza soldi, ma densa di rancori atavici,
un gioco di bari iniziato molto prima della guerra e che forse la guerra aveva reso solo più sporco; nessun vincitore, come sempre.
D passa lo straccio sul bancone, che è proprio come prima, solo che B non c'è appoggiato coi gomiti, c'è una sua foto appesa al muro.
Esse guarda dritto D che quando lo riconosce fa quella sua espressione piena di dolcezza e malinconia che da un omone grosso e barbuto certo non t'aspetti.
Esse abbozza un sorriso e D gli indica di là a destra, la porta sul retro.
Esse muove due passi e la porta si apre.
Jay.
Capelli raccolti, passo deciso, vassoio in mano.
Prende i vuoti al tavolino di R, un altro giro, dice lei, con lo stesso sorriso e lo stesso solito tono d'un interrogativo la cui risposta è palese.
Jay va verso il bancone, vede la faccia di D e si volta subito.
Si vedono.
Sorride, lei.
Gli spacca il cuore, come sempre.
Si vanno in contro, lei posa il vassoio, struscia la mano al grembiule e lo abbraccia proprio come sempre.
Lo sguardo di D, gli amici di R, R, anche quello stordito di M, un istante, su di loro.
Come se quella città, quella strada, quel locale, quelle persone, per un istante, avessero inteso di avere davvero un profondo bisogno che tutto sembrasse, almeno un po', come sempre.
-E' stata dura di brutto.-
-Sei tornato, Eroe.-
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